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MENTRE LONDRA BRUCIA. RISCHIO E RESPONSABILITÀ di Emanuele Forzese

: Scena dal film “The Towering Inferno” (Inferno di Cristallo) diretto da John Guillermin e Irwin Allen nel 1974 (fonte: pinterest.com).

Per una curiosa coincidenza, il 1974 sovrappone la finzione cinematografica alla realtà. È l’anno in cui esce il film catastrofico “The Towering Inferno” (in Italia “Inferno di Cristallo”), diretto da John Guillermin e Irwin Allen. La trama ruota attorno alla drammatica cerimonia di inaugurazione a San Francisco dell’edificio più alto del mondo – 138 piani distribuiti su 550 metri di altezza – e prende avvio quando l’architetto Doug Roberts scopre che l’impianto elettrico non soddisfa gli adeguati standard di sicurezza a causa dell’utilizzo di materiali scadenti per risparmiare sui costi. Successivamente vengono mostrati i vari tentativi messi in atto dai vigili del fuoco per mettere in salvo i trecento ospiti intrappolati nel grattacielo dal rogo che si sviluppa a causa del surriscaldamento di alcuni cavi in un deposito di materiale infiammabile.

Nello stesso anno, nel quartiere di North Kensington a Londra viene completata la costruzione della Grenfell Tower, un edificio in stile brutalista di 24 piani e quasi 70 metri di altezza destinato a residenza popolare. Ristrutturata nel 2016 per ospitare fino a seicento persone, la torre è stata colpita poche settimane fa da un incendio. Secondo una ricostruzione del CNI (Consiglio Nazionale degli Ingegneri) l’incendio è stato innescato dalla inadeguatezza dell’impianto elettrico e di un elettrodomestico ad esso collegato, mentre la sua propagazione è stata facilitata dalla presenza di materiali facilmente infiammabili – isolante in polistirolo e rivestimento in alluminio – nei pannelli adoperati per l’involucro esterno. Inoltre, se da una parte la presenza della camera d’aria all’interno del pannello e l’intercapedine tra la parete esterna ed il rivestimento hanno accelerato una veloce diffusione delle fiamme, dall’altra l’esistenza di una sola via di fuga – il vano scale accessibile dal pianerottolo centrale di ciascun piano, su cui si aprono anche due ascensori – ha notevolmente ostacolato l’evacuazione dei residenti ai piani alti.

Facciata della Grenfell Tower di Londra dopo l’incendio (fonte: independent.co.uk).

Il dibattito mediatico punta il dito contro gli interventi di riqualificazione basati prevalentemente su fattori estetici e sul risparmio economico, rischiando in tal modo di distrarre l’attenzione dal tema della sicurezza del patrimonio immobiliare. Il governo britannico ha imposto in via precauzionale l’evacuazione di cinque torri di edilizia popolare, ristrutturate con pannelli simili a quelli della Grenfell Tower e posti in opera dalla medesima società di costruzioni. In Italia gli esperti ritengono che la nostra normativa anti-incendio e anti-sismica sia molto stringente, ma rilevano altresì come la rassicurazione sia valida solo per le nuove edificazioni, mentre circa 18 milioni di edifici, essendo stati realizzati da più di quarant’anni, richiederebbero una urgente riqualificazione di involucro e impianti.

In casi come questo l’opinione pubblica si interroga sulle responsabilità di amministratori e professionisti nella progettazione e manutenzione dell’edilizia sociale, ma tende a trascurare le responsabilità di un’altra categoria: la cura dei luoghi è un obbligo morale anche per i cittadini. Il filosofo Salvatore Natoli sostiene che, al crescere del dominio esercitato dall’uomo sulla natura, si modifica l’esperienza del rischio: diversamente dall’epoca antica, in cui il rischio proviene viene prevalentemente dall’esterno, dalla imprevedibilità del mondo, nell’epoca attuale l’uomo, mentre impara ad evitare i danni prodotti dalla natura, al tempo stesso genera nuovi pericoli tramite le sue azioni. Oggi occorre fare i conti, nei limiti del possibile, con le conseguenze imprevedibili delle proprie decisioni, poiché la sicurezza personale viene messa a repentaglio se non si tenta di migliorare costantemente le condizioni che ci permettono di abitare nel mondo: «Il rischio è misura abituale della responsabilità. Ciò destina l’uomo all’assunzione sempre più consapevole della propria finitezza. All’uomo – e più generalmente alla società – tocca sempre e ogni volta decidere. Al bivio tra le proprie possibilità e le proprie impossibilità. Il compito degli uomini non è più quello di dirigere la storia, ma di dominare il contingente» [Stare al mondo. Escursioni nel tempo presente, 2002].

Abitazione di Rijal Alma, in Arabia Saudita (tectonicablog.com).

Secondo Natoli, è possibile dominare la contingenza e fronteggiare il caso attraverso la capacità progettuale, che ovviamente non deve essere prerogativa dei soli professionisti. Dello stesso parere era già negli anni Sessanta Bernard Rudofsky, appassionato sostenitore della cosiddetta “architettura senza architetti”: «Parte dei nostri problemi derivano dalla tendenza ad attribuire agli architetti – o, addirittura, a tutti gli specialisti – una eccezionale sensibilità ai problemi del vivere, mentre in realtà per la maggior parte di essi sono prioritarie questioni di affari e di prestigio». Molto tempo prima che entrassero in vigore tanto la Norma UNI 8289 (in cui la sicurezza viene classificata tra le sette esigenze di riferimento per il processo edilizio) quanto la Direttiva UE 89/106 (che individua nella sicurezza in caso di incendio uno degli obiettivi qualitativi sostenuti politicamente dalla comunità europea), l’architettura vernacolare aveva escogitato alcune efficaci soluzioni per contrastare il rischio di incendio nelle case. Ad esempio, le abitazioni tradizionali del villaggio di Rijal Alma in Arabia Saudita sono degli edifici in pietra a quattro o cinque piani in cui la cucina è ubicata in un volume sospeso avente struttura in legno e involucro costituito da rami intrecciati: questa scelta tecnologica consente di evitare, in caso di incendio della cucina, che vada a fuoco tutta la costruzione.

Che fine ha fatto la saggezza costruttiva che abbiamo accumulato nel corso dei secoli? Abbiamo delegato amministratori pubblici e progettisti ad occuparci della nostra sicurezza, pretendiamo il massimo rigore nel loro operato, ma questo non ci esime dalla partecipazione attiva in tutte le fasi del processo edilizio, a prescindere se si tratti di edifici pubblici o privati. È tempo di ripensare l’ambiente costruito nella sua totalità, e non ciascuno al proprio “frammento” residenziale. Mentre “Londra brucia”, come recita il titolo di una canzone italiana, evitiamo che a ridursi in cenere sia anche la cultura della responsabilità (individuale e collettiva) verso gli spazi che abitiamo quotidianamente.

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