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NON SIAMO MAI STATI INTELLIGENTI – di Emanuele Forzese

Installazione per la campagna pubblicitaria “Smart Ideas for Smarter Cities” della IBM (fonte: creativeguerrillamarketing.com)

“Smart” è una parola d’ordine che ha conseguito un rapido successo nella società contemporanea, ma che deve ancora dimostrare a pieno i suoi benefici nella pratica architettonica. Una parola ormai inflazionata, a causa del frequente uso nel tentativo di attribuire un certo virtuosismo a processi ambientali, economici, sociali e tecnologici. Oggi non esiste quasi attività o prodotto che non sia pubblicizzato nel mercato per il suo essere “intelligente”: telefoni e orologi, elettrodomestici e arredi per esterni, case e città… prossimamente lo saranno pure i paesaggi. Ma la visione “Smart” è universalmente condivisibile e priva di implicazioni negative?

Nel campo degli studi urbani con “Smart City” si intende un insieme di strategie finalizzate a mettere in relazione le infrastrutture materiali delle città (capi

tale fisico) con il patrimonio di conoscenze dei suoi abitanti (capitale socio-culturale) grazie all’impiego diffuso delle nuove tecnologie della comunicazione, della mobilità, dell’ambiente e dell’energia. L’espressione si riferisce all’ultima fase dell’evoluzione urbana: dopo la città pre-industriale, industriale e post-industriale, dopo gli scenari ecologici della “città sostenibile” e quelli intellettuali della “città creativa”, l’epoca dell’informazione ha determinato la “città intelligente”.

 

La qualità principale della Smart City è la sua duplice sensibilità: tecnologica – utilizzo di sensori per monitorare in tempo reale lo stato del sistema urbano – e sociale – consapevolezza diffusa di un ottimale uso delle risorse per assicurare adeguati livelli di vivibilità. In tale visione i cittadini divengono dei “sensori antropici” che, proprio attraverso la sensibilità tecnologica e sociale, possono rilevare e comunicare in tempo reale le caratteristiche di un qualsiasi fenomeno urbano. La prima traduzione di tali concetti in una costruzione è il Digital Water Pavilion progettato da Carlo Ratti in occasione della Expo 2008 a Saragozza. Si tratta di una struttura interattiva e flessibile che durante l’evento espositivo ospita un ufficio turistico, mentre successivamente viene destinata a caffetteria e punto informativo sul Milla Digital Project. La strategia progettuale adopera l’acqua come elemento architettonico che interagisce fortemente con gli utenti e il contesto: le pareti sono infatti costituite da getti d’acqua controllati digitalmente per generare scritte, figure o per aprire un varco di accesso allo spazio interno.

Lo stesso Carlo Ratti enfatizza la grande potenzialità insita nel fatto che le numerose informazioni raccolte possono essere trasformate in risposte da parte tanto degli abitanti quanto delle amministrazioni pubbliche. Quindi per progettare, costruire e gestire la città in maniera intelligente basta trasformare gli individui in rilevatori di dati?

Il sociologo Richard Sennett teme che, definendo “intelligenti” soltanto le persone capaci di utilizzare le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie nella produzione di innovazione, si generi

Carlo Ratti Associati, Digital Water Pavilion, Expo 2008 Saragozza (fonte: artwort.com)

l’esclusione sociale di analfabeti informatici, poveri, senzatetto e in generale degli abitanti ai margini. È legittimo domandarsi se tutta la popolazione desideri realmente vivere in una città iper-tecnologica, tuttavia il nocciolo della questione risiede piuttosto nel mito dell’intelligenza, che da virtù è degenerata in ossessione di apparire individui raziocinanti a tutti i costi. La costruzione semantica del termine “Smart” assume una valenza dicotomica che non lascia spazio ad alternative: se “intelligente” finisce per rappresentare il parametro principale con cui misurare la qualità dell’ambiente costruito, chi mai vorrebbe vivere in una città “stupida”? Sedotti dalla tentazione di misurare e quantificare il livello intellettivo, ansiosi di schedarci impropriamente mediante scale, modelli, analisi fattoriali e variabili, abbiamo dimenticato che l’intelligenza è una invenzione moderna di cui per secoli abbiamo fatto a meno. Non stupisce quindi che persino gli spazi della nostra quotidianità siano soggetti alle ansie classificatorie nate alla fine dell’Ottocento con la cultura scientifico-positivista. Per dirla con il titolo del saggio di Hans Magnus Enzensberger, siamo intrappolati “nel labirinto dell’intelligenza”: «Viviamo nel timore di essere stupidi, verificando di continuo il nostro quoziente intellettivo. Ma la possibilità di misurare l’intelligenza umana è solo una chimera. Perché la verità è che non siamo abbastanza intelligenti per capire cos’è l’intelligenza».

Sulla scorta di tali considerazioni appare evidente come la crescente mole di informazioni sia in realtà solo uno dei cambiamenti globali che investono il mondo contemporaneo, e che il vero tema riguardi invece la necessità di elaborare nuove forme di pensiero. Tali forme, secondo lo psicologo Howard Gardner sono correlate a cinque abilità cognitive indispensabili nella definizione di scenari futuri: l’intelligenza disciplinare (la padronanza di teorie e interpretazioni del mondo attraverso l’impiego flessibile delle modalità operative  matematiche, scientifiche, storiche e artistiche), l’intelligenza sintetica (la capacità di integrare idee e conoscenze di diverse aree per isolare i dati essenziali dalla massa di informazioni disponibili e organizzarli in modi comprensibili, evitando sintesi eccessivamente unificanti o divisive), l’intelligenza creativa (la capacità di affrontare la soluzione di problemi nuovi che stimola a travalicare le conoscenze e le sintesi esistenti per porre nuove domande, evitando le varianti superficiali di nozioni già consolidate), l’intelligenza rispettosa (la consapevolezza delle differenze tra uomini, culture e ambienti, non limitata a mera tolleranza che evita ogni sforzo verso la comprensione del diverso), e infine l’intelligenza etica (la consapevole accettazione delle proprie responsabilità e la meditazione sul ruolo che ogni cittadino ricopre in seno al

Soluzione “smart” ante litteram di un problema urbano (fonte: pinterest.com)

la comunità, sfuggendo alla tentazione di agire irresponsabilmente e incoerentemente con i valori etici adottati).

In modo del tutto analogo, esse si traducono nella pratica architettonica in altrettante forme di abilità progettuali: apprendimento continuo e integrato con l’acquisizione di inedite capacità interdisciplinari; selezione degli elementi più importanti da includere nel repertorio professionale; elaborazione di nuove soluzioni, modalità e visioni in grado di ottenere il consenso collettivo; collaborazione con le varie figure professionali coinvolte nel processo di costruzione e comunicazione con committenti e fruitori; riconoscimento dei valori fondamentali della professione per preservarli e trasmetterli anche in tempi di rapido e imprevisto cambiamento; assunzione delle proprie responsabilità nella progettazione di edifici, infrastrutture, città e paesaggi.

La riflessione critica qui presentata non intende dimostrare la presenza di contraddizioni teoriche né di controindicazioni operative nella “città intelligente” e più in generale nella visione “Smart”; semmai punta a rimettere in discussione il paradigma dell’intelligenza per ri-costruire noi stessi e il territorio che abitiamo. Per superare il senso di angoscia che ci attanaglia e ammettere con serenità che non siamo mai stati intelligenti. Per fortuna.

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